sabato 28 dicembre 2013

Linguaggio delle immagini

Il linguaggio delle immagini mi ha sempre affascinata sin da bambina, per il suo potere evocativo.
L'intensità nella bellezza di uno sguardo, i colori, i paesaggi ...il mosaico delle immagini è in grado di costruire un percorso che riguarda la nostra vita, senza bisogno di parole, solo con l'aiuto della vista e di ciò che viene stimolato attraverso essa. C'è sempre un'unità, nelle cose.
Scrivo questo perchè la critica è importante, ma più ancora ciò che ognuno sperimenta immergendosi direttamente in un'opera.
Per questo non bisogna mai perdere di vista le nostre sensazioni e il nostro immaginario.




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venerdì 27 dicembre 2013

Rapsodia in rosso, note critiche


Ciao donna bellissima, come la tua poesia.  Veramente impressionato: chapeau.
per capire questa poesia bisogna essere filosofi e avere anche il coraggio di staccarsi dal dolore del mondo, per entrare in un dolore più metafisico, che non tutti possono provare.  E non è facile. Ci metti anche delle suggestioni orientali, magari in qualche punto fai del sincretismo, ma il complesso regge, eccome.
Comunque una cosa è certa: lo voglio editare a qualsiasi costo, che vinca o no non mi importa nulla. Ovviamente se tu sei d'accordo. I soldi in qualche modo li troverò. E' sicuramente un lavoro che DEVE essere portato a conoscenza della critica. Pian pianino comincerò la lavorarci e magari a chiederti delle cose.
Hai fatto un lavoro bellissimo ma ricorda queste mie parole: una cosa così non si può ripetere.  Un autore la può fare soltanto una volta nella sua vita, poi deve cambiare registro. Non so perché te lo dico, ma mi viene da dirlo e una ragione ci sarà (se ci penso la trovo).
Ti meriti come minimo un bacio calorosissimo: mi hai proprio entusiasmato.
Ciao
Gianmario

10/10/12

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Cara Carla, ecco le mie impressioni a caldo. Spero ti siano utili.
Molto bella la prefazione di Fedeli: centra il materiale con cui lavori: filosofia, autobiografia, scienza.
Tuttavia: riesci davvero a farne un unico sentire? Il poema si dipana in lasse che si muovono con nuclei autonomi che talvolta il lettore fatica a collegare tra loro. Forse avresti potuto organizzare meglio il materiale così da suggerire un percorso. Voglio dire: Pur mantenendo la struttura poematica, dividendo il tutto in 4 o 5 parti, l’economia del racconto ne guadagnava in chiarezza e incisività.
Ci sono delle strofe belle, riuscite (es. p.10 la 2, 3 e 4; p. 11 la 3; p16 la prima e tante altre). Mi piace, a p.15 della terza strofa gli ultimi 4 versi, mentre il primo “scorci di memoria” è uno stereotipo. In generale, queste pagine (la 14 e 15) peccano di eccessiva tensione verso il sublime (ma oggi, esso è ancora possibile?). Lo compensa la pagina successiva, quando parli dei fiori di zucca.
Anche i paesaggi sono talvolta stereotipati, soprattutto all’inizio (dopo sono migliori, anche se diradano): il “silenzio del lago”, il “guizzo argentato che inseguo / sul pelo dell’acqua”. Bello invece la materia “che ruba / sangue al nero” (p.9) e a p.27 l’immagine degli anatroccoli e dell’airone e, ancora, incisivo il “dialogo / col volo” (p.41)
Nello svolgimento del poema, come accennato, il paesaggio tende a scomparire. Emerge l’elemento discorsivo, tendenzialmente astratto, che impoverisce la visione. E quando parli di filosofia, corri il rischio che i nomi (Platone, Plotino ecc) siano semplici etichette a cui rimandi e che spetti al lettore la trasformazione del verso in pensiero. Quando invece il pensiero poetante c’è nella misura in cui dice della verità qualcosa che nessun pensiero concettuale può dire. Insomma, i versi non devono diventare tramite della filosofia, ma essere loro stessi pensiero differente.
Meglio quando chiami in causa la scienza. Belle per esempio le pagini carnali-masturbatorie di pp.23-24: la metafora tiene e sei riuscita a raccontarti. La tensione cade, a p.24, quando nomini “Fiammingo”: qui torna il libro, la cultura decorativa, un certo D’Annunzio esteta tutto decadente.
E folgoranti certe parti assertorie “Dire ciò che si pensa / ecc” p.36 e p.29 prima strofa (ce ne sono altre che non cito per brevità). Qualche volta pontifichi troppo: p.18 terza strofa.
Il libro comunque attesta che ci sai fare. Devi soltanto affinare il progetto, decidere meglio quale sia il tuo linguaggio e avere più consapevolezza riguardo a quanto è creazione e quanto invece semplice presenza di un già detto, già sentito.

Ti faccio gli auguri di Buone Feste!
Schio, 25 dicembre 2013


Stefano Guglielmin

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in realtà il primo impatto è positivo, mi piace questo alternarsi
di elementi materici ad altri più allusivi o spirituali o anche concettuali;
peccato solo che siano un po' troppo costrette nella pagina, avrebbero avuto bisogno di più respiro dal punto di vista grafico

ecco le poesie che ho preferito:

p.17 Non sono che una piccola entità
p. 18 Un'immensa nostalgia
p.25 Ginepro selvatico
p.29 Non teme l'occhio
p. 30 Nel momento stesso in cui accade
p. 35 Scrivere
p.36 Provo una sorta di piacere
p. 39 L'uomo è un tessuto di nodi
p. 41 Rosa e I prati bagnati
p. 42 Di taglio
p. 44 Niente altro che questi contorni
Buona settimana!
m
(mario domina)




sabato 21 dicembre 2013

Buon Natale e felice anno nuovo!



Il fatto che il pensiero allontana ciò che è vicino, o meglio, si ritrae da ciò che è vicino e avvicina le cose lontane, è un elemento decisivo per riuscire a comprendere con chiarezza la dimora del pensiero.

Hannah Arendt*




Cari amici
Ho appena terminato un giro per l'Italia, presentando la bellissima raccolta di Saragei Antonini (Egregio sig. Tanto), i saggi di Marco Scalabrino, la dotta e corrosiva poesia di Nino Contiliano e il nostro (con il pittore marsalese Giacomo Cuttone) "Canto dei bambini perduti".
Ho conosciuto poeti e intellettuali splendidi, un giovane (23 anni!) straordinario pittore di Bagheria, altri ragazzi, belli, veri. Ho riabbracciato Nino De Vita, Lucio Zinna, due poeti che ai "continentali" sono poco conosciuti, ma che hanno lo straordinario spessore dei maestri veri. Ci siamo fatti risate gennendo poesia satirica fino alle lacrime con Saragei, Anna Bonanno e altri e scambiati pensieri, dubbi, perplessità.
Ho avuto un pensiero ricorrente, quasi un tormentone: questo è un Paese bellissimo, tutto l'anno. Non lo cambierei con nessun altro e voglio che si mantenga, anzi, che migliori laddove è stato ferito. Un paese vario, dai colori accesi e tenui, dai paesaggi che cambiano continuamente, di giorno, di notte. Salendo ho anche fotografato i fenicotteri nelle saline di Marsala, con l'isola di Favignana alle spalle. Ho gli occhi pieni di meraviglie e il cuore pesante per tutto ciò che si avverte nell'aria: questa smania di "ripresa" che si basa su indici, numeri, trend e quant'altro senza tener conto delle persone, degli animali, dell'ambiente. L'importante è guadagnare e non importa a che prezzo si ottenga il guadagno e come esso venga distribuito. Non importa se i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e che il prezzo di tutto questo sia l'imbarbarimento dei costumi, il degrado dell'ambiente, l'aria sempre più inquinata, il mare e la battigia sempre più sporchi.
E ho pensato che questo sistema è pericoloso, nocivo e inemendabile, che è marcio fino all'osso, che è tanto più forte e più appetibile quanto più è marcio. Ho il cuore pesante perché questo è l'unico modello di vita che l'uomo sa attualmente pensare e che ora ci stanno copiando tutti, nei difetti e non nei pregi: cinesi, indiani, brasiliani, tutti gli stati "emergenti" (ma emergono da che cosa? e che cosa sta sopra e che cosa sotto, se qualcosa "emerge"?).
E' una inciviltà che sta aggredendo anche la cultura contadina della solidarietà, quando nessuno moriva per bisogno, almeno qui in campagna: c'era sempre una stalla tiepida per dormire, qualcuno che dava un pezzo di polenta, qualche lavoretto da fare. Ci si faceva carico dei poveri, per quel che si poteva, i più magri fra i magri, i malnutriti fra i malnutriti.
Qui a Sondrio ancora non c'è la neve. Ieri notte fumavo sulla terrazza senza un maglione e non avevo freddo. La stessa temperatura di Marsala o di Mazara. La natura ci maledice e avremo un'estate secca, dopo quella scorsa, malaticcia e gonfia (qui al Nord).
Ci sono segnali nell'aria, nel vento delle parole, nelle eco delle notizie, segni maligni e sinistri che non hanno nulla a che fare con la Pace, che è figlia della Giustizia prima ancora che dell'Agàpe.
Perciò il mio BUON NATALE non può venire soltanto dal cuore, ma anche dalla mente, dalla riflessione, che deve essere guardinga in questi tempi, disillusa e non consolatoria, con gli occhi bene aperti. Tutto non può ridursi a un annuale "volémose ben", come dicono in Veneto, o a tarallucci e vino, come dicono i pugliesi o, se vogliamo, a cantuccini e vin santo.
Perciò il mio augurio è che la nostra poesia, la nostra narrativa, la nostra saggistica, le nostre letture, il nostro agire, siano dardi nelle costole di questo sistema corrotto e cinico, e nello stesso tempo medicamenti, come l'amore vero, che non cerca diversivi consolatori ma che graffia e fruga la ferita infetta per farla sanguinare per purificarla e disinfettarla, un amore che prende a schiaffi chi dorme, perché chi dorme non ama. Questo, credo, sia il nostro dovere, il nostro ruolo insostituibile, la ragione che fonda la natura stessa dell'arte, della poesia, della filosofia, del pensiero critico. Il compito di sollevare dubbi e conflitti, per affrontarli e comporli nella Pace e per quanrto possibile nella verità, come facevano Eschilo e Omero.
Buon Natale a tutti e Buona Pace. E "L'innocenza al potere!", come diceva un poeta.
Gianmario
 

venerdì 20 dicembre 2013

Aletheia


Vorrei essere indifferente
ad ogni condizione temporale
e atemporale
- corazzata -
per preservare il mio candore.


Commentari segreti
popolano il fronte del sapere
in silenzio, con grande prostrazione
tanto che non compaiono
se non riattizzati dal fuoco.
- Il fuoco è silenzio -
ma è anche vastità di un passaggio
rispecchiato in paesaggi segreti.
“Io fui Manu io fui il Sole”
esulta Vamadeva;

in principio era la Luce.

giovedì 19 dicembre 2013

Miopia


è l'insignificanza
che ci fa paura
l'essere anonimo dentro un sistema
che ci manovra
l'essere perdita di ogni diritto

- l'essere e basta -


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Una pellicola
si forma tra gli strati
- iperuranio puro -
è il passato che si affaccia
per inghiotterci
o forse è l'apparenza di un demiurgo
pronto a coglierci in flagrante -

*

Sui numeri fondiamo diritti
impugnabili
poi, c'è il risvolto delle carte;

la donna di picche sorride.

*

Le persone scompaiono
in preda ai flutti di un tempo
che segna il sentire
che batte/botte
una meta
(misteriosa e sovrumana).

Il paese ricama  sul presagio.

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martedì 17 dicembre 2013

Attesa del Natale


L'attesa del Natale è una cosa bellissima.
Io e mia sorella l'anno scorso :-)

domenica 15 dicembre 2013

Un verbo fatto carne - poesia n. 1651 - Emily Dickinson - traduzione di Massimo Sannelli


A Word made Flesh is seldom
And tremblingly partook
Nor then perhaps reported
But have I not mistook
Each one of us has tasted
With ecstasies of stealth
The very food debated
To our specific strength -

A Word that breathes distinctly
Has not the power to die
Cohesive as the Spirit
It may expire if He -
"Made Flesh and dwelt among us"
Could condescension be
Like this consent of Language
This loved Philology.



Un Verbo fatto Carne è raro e
Consumato tremando
E non diffuso ancora
Ma se io non mi sbaglio
Ognuno ha assaporato
In estasi da ladro
il cibo adatto alla
Sua forma individuale -

Un verbo che respira chiaramente
Non muore - Ed è coerente come Spirito
E spirerà, se Lui -
"Si fece carne e venne in mezzo a noi"
Non c'è condiscendenza
Come questo linguaggio che consente
Come questa Filologia amata.







traduzione di Massimo Sannelli

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venerdì 13 dicembre 2013

Principio poetico

La poesia tradotta da Sannelli che risulta faticosa è questa:


Il Suo Messaggio vola
A Mani che non vedo –
Per il Suo amore – Dolci
Fratelli – giudicateMi –
con indulgenza – Voi
Emily Dickinson, poem 441

Ometterei quel Voi finale che è già implicito nel testo (e non è poco).

* * *

Poema n. 441 - Emily Dickinson

This is my letter to the World                             È questa la mia lettera al mondo
That never wrote to Me –                                   che mai non scrisse a me:
The simple News that Nature told –                    semplici annunzi che dà la natura
 With tender Majesty                                          con tenera maestà.
                                     
Her Message is committed                                  Il suo messaggio è consegnato a mani
To Hands I cannot see –                                    per me invisibili.
For love of Her – Sweet – countrymen –            Per amor suo, miei dolci compaesani
Judge tenderly – of Me                                      benignamente giudicatemi.

* * *
questa traduzione è di Margherita Guidacci, e non mi sembra attenersi completamente al testo.
ora...io la correggerei così, per rispettare sintassi, interruzioni, e forma:

È questa la mia lettera al Mondo     
che mai scrisse a Me -
Il suo messaggio è consegnato
a Mani che non posso vedere -
Per amor Suo - Gentile - uomini di paese
giudicate l'offerta - di Me.

*
Notiamo la M maiuscola, matrice di madre, notiamo le interruzioni, pause necessarie, notiamo l'omissione del non  al punto: mai non, che altrimenti diventerebbe: sempre.

Se si stravolgono le sue quartine l'identità di Emily si perde, subentra quella di Sannelli.

mercoledì 11 dicembre 2013

L'aria, Massimo Sannelli

L'aria è l'elemento che riempie lo spazio tra persona e persona. L'assenza non è vuota: è aria. è invisibile, ma è presente.




gloria al molto rosso, che copre
gli occhi. gloria toglie il silenzio:
piegato, una volta, in spine, poi luce
vera. Non brutta luce, ancora; invasione.

l’aria aggiunge gaiamente luce:
il sesto anno parla, di appunti
in appunti. dopo, unge e punge.

















essi sono fiori e quella fronda amo: tu
prima amasti. ora verdeggia, come vista
dal primo Adamo, degnissima;  la furia
sceglie la famiglia nuova, preparata da altri,
scrivendo. Conoscere ha giovato all’uomo
interiore, e di colpo sorga.

non è più stesso splendore: questo
non è più splendore. tanto scritto umilia
la semplicità nella cristiana, a parte, madre;
e anima. e ancora dice io tremo. e tu con quella, sempre
con pensiero. loro libri, lei lingua, loro libri
non torneranno più, più. e lei lingua. il viso solo
è buono. la mistica non è Artaud:
Artaud è mistico: essi sono fiori, quella fronda
amo.

*
Tra due fuochi si prova: che cosa resta? la
scrittura riparo, che nasconde;
la timidezza, naturale o causata. Poi fuga
superba. Ma: i nostri privilegi non ci appartengono;
ci sono donati.




Da: Massimo Sannelli, L’ARIA. POESIE 1993-2006, Novi Ligure (AL), Puntoacapo Edizioni, 2009.
  
************



2
     La fionda del testo colpisce nel tempo, anche dopo la morte di chi la tenne in mano. Quindi è un fatto di efficacia che dura. C’è sempre il problema collaterale della felicità: e gli altri si baciavano SOLO sulla bocca ma io Ti mangiavo ogni mattina e allora perché ero così triste? Lo dice David Maria Turoldo, in poesia, non io [e tutto è citato, perché tutto è maggiore]. Quante cose sappiamo facciamo diciamo, rispetto a chi si bacia SOLO sulla bocca: eppurequalcosa manca. Che cosa c’entra con la letteratura? Tutto. E una forma ti renderà felice?


tratto da quì, per chi volesse approfondire.




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sabato 7 dicembre 2013

Cantuccio


Il calore della casa
è un lento crepitare
seno al chiarore
in legno di faggio
rosso, crepuscolare
in estasi di fiamma.



venerdì 6 dicembre 2013

La rosa profonda

La rosa,
la rosa immarcescibile che non canto,
quella che è peso e fragranza
quella dell’oscuro giardino della notte fonda,
quella di qualunque giardino e qualunque sera,
quella che risorge dalla tenue
cenere per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto
quella che è sempre sola,
quella che è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto,
la rosa irraggiungibile.



La rosa,
la inmarcesible rosa que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín en la alta noche,
la de cualquier jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa que no canto,
la rosa inalcanzable.


(da “La rosa profonda, 1975”  JORGE LUIS BORGES )

domenica 1 dicembre 2013

Nòesis


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Nòesis = termine che nella filosofia greca indicò l'attività del Nous (intelletto) opposta alla - percezione sensibile -, in quanto suo oggetto è la - cosa intelligibile  - 
Tale attività è distinta dal pensiero discorsivo o diànoia in quanto è comprensione diretta, mentre il pensiero dianoetico è ragionamento e calcolo. In Platone la noesis è il grado più alto del sapere dell'anima, la scienza delle specie intelligibili, distinta dal sapere matematico della diànoia e opposto alla dòxa o opinione sensibile. L'uso del termine nel senso di comprensione diretta degli oggetti semplici del pensiero (concetti) è attestato anche in Aristotele e in Plotino.


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* *


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lunedì 25 novembre 2013

A regola d'arte

La gamba di una sedia doveva essere ben fatta.
Era naturale, era inteso. Era un primato.
Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario.
Non doveva essere ben fatta per il padrone, nè per gli intenditori, nè per i clienti del padrone.
Doveva essere ben fatta di per sè, in sè, nella sua stessa natura.

Charles Pèguy, L'argent (1913)




[L'opera è di Daniele Baron]

sabato 23 novembre 2013

Sorge (calma)


Penso ai monaci tibetani

e alle bianche vette lontane

- all'isolamento nel caos -

(disciplina più alta)

quando vuoi preservare una cura.



sabato 16 novembre 2013

Nihil est in intellectu quod pria non fuerit in sensu, nisi ipse intellectus


Sappi, a qualunque immagine sei unito al suo interno
(se anche fosse un momento della pena di vivere)
che essa appartiene al Tutto, al radioso disegno.

Rilke



* * *

Così largo il pianto
e lento di noi il sapere dove
fermare l'ansito
potere scioglierci.

*

Arrivi improvviso, la sera
sul lago che mormora
e porti i miei occhi
sull'orlo vibrante di luci
così che io possa sentire
il fondale.

*

Ho gli occhi di vetro
stasera
il tempo non ha più sostanza
si perde
tra gli alti filari
di là, dove fievole insiste
preciso un pensiero

e lascio ogni peso
forgiare di cerchi quest'acqua
lascio che un'eco
mi prenda con sè nel suo spazio.


*
Non è mai uguale il giorno
quando gli occhi si abbassano e
scorgono crepe

Sfioriamo mappe
sottili di mani su
rigide foglie d'inverno
- i nostri pensieri -
contrasti di luce
mai spenta.

*

C'è
un'anima malata
che qualche volta implora
un luogo dove al buio
in silenzio può pregare.

Cosa induce la luce
a non tacere?

*

Mi tremano le mani
mi trema questa voce
- i bimbi giù in cortile
inventano rincorse -

e dalla siepe sale
nel giugno stanco, a sera
struggente quel profumo ...


*

è un coro di bimbi
la sera d'agosto,
si gioca alle bocce
laggiù, sotto i noci

li sento gridare
dal vano in cucina
le mani a lustrare stoviglie,
la cena di prima
- le mani a pensare altre mani.



La traduzione del titolo è:

Nulla è nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi, eccetto l'intelletto stesso.

(da Tommaso d'Aquino a Locke a Leibniz
passando per l'empirismo).

*

domenica 3 novembre 2013

Sub specie aeternitatis


*


* * *
"L'artista non è, come voleva Platone, il grazioso imitatore di forme sensibili, ma colui che manifesta nel sensibile l'idealità dell'origine, attingendo dal profondo di se stesso l'unità intorno a cui saranno organizzati gli elementi sensibili."

(riguardo al pensiero di Plotino sulla creazione come emanazione, tratto da appunti che avevo in montagna e di cui non so più la fonte).

"Il creare dell'artista è fatale come la generazione divina, se per creazione si intende  non l'intuizione di ciò che l'intelletto umano deve comprendere, ma l'espressione di sè in immagini concrete, in parole e in ritmi sensibili, in colori e in marmi."



*


domenica 27 ottobre 2013

Brevi canti del mare, (silloge inedita)


Vorrei vedere la risacca
per poi narrarti sensazioni
descriverti la sabbia molle e vasta 
l'impronta dentro l'onda
nel rivolo sottile della schiuma
- l'interruzione, nel deserto bianco -

*

Girano le grigie pale
sul bianco muro
girano i pensieri liberi
coriandoli di luce inesauribile
gira questo mio tempo
a rincorrere la mia infanzia
senza tempo.

*

Non è banale
quel canto improvviso che sale
le indefinite note
senza tema
da questo giaciglio provvisorio
da questo
moto ondulato del tempo
(mi tremi ancora dentro).

*

Quali segreti
potrò riesumare
da questo guscio vuoto
cesellato dal mare?
Quale paura
potrò contenere
nei giorni a venire
dove tu non sei il punto?
Verso quel cortile
- nel violetto di lavanda -
mi sprofondo.

*

Ho liberato
la mia follia nel timore
di poter farti del male;
un tempo giocavo con parole
come pietre
non ti sapevo ancora
leggerezza.

*

Scrivo
per ritrovarti accanto
nel fulgido mattino che sorprende
o nel meriggio assorto della siesta
tra il gelsomino e passeri piangenti
lungo la battigia
- assolata e deserta -

*

Non posso stare
senza questo tormento
che mi irretisce la mente
sbalzando nel vento la vela.
Non c'è albero
ad impalare il bianco.

*

Assecondare l'onda
nell'incalzante ritmo che s'impone
salendo e ripiegando
lasciando scivolare la paura
- l'azzurro elegge un cielo senza fine -

*

Nel rimescolio
di quest'ora triste
vaga lontano
l'occhio assorto
- la gru oltre l'ardesia
si erge e gira, lenta -
Nel rimescolio
di quest'ora triste
la sola certezza che ho
sale
da quel cornicione.

*

è giunta anche quest'ora
presto tornerò al mio paese
su un lago che brilla al tramonto
e profuma di narcisi.
Rivedrò l'ampia, liquida distesa
delineata dai monti sinuosi
i seducenti voli di poiana
nella luce tra l'opaco e lo smeraldo.

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martedì 22 ottobre 2013

Transfinitum

Il modello di piano complesso che Florenskij costruisce nel saggio “Gli immaginari in geometria”, diverso dal classico piano di Argand-Gauss, terrà conto proprio di due facce, come di due mondi che comunicano attraverso una frontiera, ciascuno in grado di lasciare una traccia della propria presenza sull’altro. Da una parte si trova il piano reale, dall’altra il piano a coordinate immaginarie pure. 
(in mezzo, l'infinito della natura).

Leggendo Florenskij questo inciso tratto da "La matematica dentro di noi" mi ha colpito, così come 
la verità al sapore di antinomia.
E la geometria ellittica di Dante.

Bisogna imparare a vedere i rapporti geometrici in tutta la realtà e a individuare le formule in tutti i fenomeni. Chi è capace di rispondere all'esame e di risolvere i compiti, ma dimentica il pensiero matematico quando non si parla direttamente di matematica, non ha appreso la matematica.

(impariamo dal ragno!:-)

* * *

Trigonometria di ragni, di Angelo Scandurra

Il ragno intreccia
fili di sangue
nel dolore sordo del baricentro,
ma la preda
non accetta trigonometrie;
la fine circostanziale
implica altri destini,
resta un rebus
troppo chiaro, quasi aperto



*


Spleen, di Baudelaire


Quand la pluie étalant ses immenses traînées 
D'une vaste prison imite les barreaux, 
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées 
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux...


*


Sulla montagna, di Daniele Barbieri



tu, bianca, sali per la montagna
di roccia rossa, dentro un mattino
di bruma sopra la larga piana
ansiosa nel suo sogno di verde
e non c’è Dio, o ci ascolta soltanto
forse nelle pietre che raccontano
quell’alito di fuoco, più in basso
persiste la città dell’attesa





venerdì 18 ottobre 2013

Lezioni di fisica

Che sappiamo noi oggi della morte
nostra, privata, poeta?
……………………………….Poeta è una parola che non uso
di solito, ma occorre questa volta perché
respinti tutti i tipi di preti a consolarci non è ai poeti che tocca dichiararsi
sulla nostra morte, ora, della morte illuminarci?

(Elio Pagliarani, da Lezioni di fisica)

* * *

Con il permesso di Fabiano Alborghetti, in partenza per Varsavia, pubblico questo suo articolo che risale all'anno 2006, pubblicato quando ancora esisteva splinder dal reverendo padre Fabrizio Centofanti.
Mi piacque così tanto che pensai di stamparmelo. Ora è l'unica copia che esiste, e la voglio condividere.


Domandarmi cosa è la poesia, sarebbe domandarmi come è un pomodoro, un quadro, un taglio di capelli o una vettura: una cosa necessaria e vitale per alcuni, inutile invece per altri.
Domandarmi invece cosa è il poeta è una cosa diversa. Potrei definirlo un mestierante che ha imparato o cerca di imparare bene un lavoro (come un falegname, un agricoltore) o un arte (alla pari della fotografia, della scultura volendo fare un esempio). Però se imparo un arte specifica come l'intagliare il legno o il produrre oggetti o riesco a far fruttare la terra perchè dia frutti che posso mangiare o vendere, allora un mestiere vero e proprio lo possiedo, potenzialmente posso essere utile alla società che dal mio operato trae del beneficio. A pari merito parrebbe essere il discorso riferito alle forme d'arte: se fotografo, potrò lavorare per un giornale ed offrire squarci di cronaca visibile, farò vendere vestiti se mi occupo di moda, o farò vendere lattine di tonno se fotografo oggetti. Scolpendo la pietra potrò far si che il mio prodotto venga esposto, messo in un museo, in una piazza, in una casa privata. la società poserà gli occhi su quel prodotto frutto del mio ingegno e ne ricaverà qualcosa, qualunque essa sia, fosse anche una breve sosta. In quella sosta sarà avvenuta comunque una riflessione.
Ora una domanda: può accadere la stessa cosa con la poesia?

*

Se mi rispondo, in parte accade e spesso non lo sappiamo (non ce ne accorgiamo) oppure vorremmo che il riconoscimento dato al frutto del nostro lavoro fosse così plenario, planetario, da soffocare quelle stille di vero apprezzamento che riteniamo però sempre insufficienti, miserrime per numero.  E' il confronto (inteso come misurazione di pesi e misure atto ad affermare la migliore qualità di questo o quello) che fa del poeta un insofferente e un incapace, così come l'invidia. Come posso essere invidioso di qualcuno che si cimenta con il linguaggio (qualunque forma abbia,: scultura, poesia, musica) che è differente dal mio?Ognuno pratica il proprio mestiere a livello così personale(visto che deriva da quella serie di nozioni che hanno formato anche il nostro carattere) che non è possibile alcun confronto. Nè tantomeno è possibile affermare che A è meglio di B. Sono semplicemente due cose diverse.
Ed è per il confronto che la poesia affonda in questioni altre e smette di essere poesia.

*

Preso per la sfera in cui è competente, il poeta produce qualcosa che viene recepito, amato, usato: una minuzia di persone accoglierà la poesia di tizio o caio per farla propria, tanto quanto accade con una buona mensola che regge i vasi o per una scultura  che altri si fermeranno a guardare: ecco apportato il nutrimento.
Avremo così prodotto qualcosa di equivalente al lavoro dell'agricoltore. Non colpevolizzo qualcuno se non ama le albicocche. se questi preferisce prugne e melone, sarà un suo gusto personale. A pari merito, non si può colpevolizzare chi non ama la poesia o quella data espressività poetica. Avrà altro a cui devolvere il proprio apprezzamento, qualunque cosa questo sia.
Il compito del poeta è produrre con sincerità, ed avendo come risorsa la parola invece che un attrezzo dovrà usarla propriamente senza porsi il quesito dell'universalità.
Tanto quanto il falegname, il poeta sarà tenuto a dare il proprio meglio, offrire un prodotto onesto e se possibile durevole. Dovrà essere cosciente che - come in tutti i mestieri - c'è la possibilità di crescere imparando nuove tecniche e che l'evoluzione non è rinnegare le radici o il percorso. Dovrà -il poeta così come ogni altro depositario di mestiere -essere cosciente che se c'è chi ama X altri ameranno Y o Z.
Non è - questa scelta - una condanna o un rimprovero nei confronti del prodotto o del produttore, semplicemente è un gusto che fa orientare il fruitore ultimo verso una cosa piuttosto che verso un'altra.
La vera morte della sincerità del mestiere, è pretendere che il prodotto debba venire adottato plenariamente ma ancor prima del prodotto che venga riconosciuta l'importanza del produttore. Quest'ultimo è solo uno dei tanti che fa.

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Questa coscienza non è tollerabile dal poeta: la presunzione di essere colui che usa quel mestiere meglio di altri è la vera morte del mestiere, tanto quanto il poeta non è un referente divino che porge le risposte scavalcando ogni altra possibilità di possibile illuminazione o ponendosi dove invece è presente una mancanza (per questo ho voluto citare provocatoriamente Pagliarani in quel bel passaggio da Lezioni di fisica). il poeta non prende il posto di niente (così come il falegname non fa il farmacista): ha un proprio posto e allarga al massimo lo sguardo per capire. Questo si. E dalla comprensione o dalla tensione al comprendere allora produce. Il poeta, ripeto, non dà risposte, perchè quelle risposte non tocca a lui darle: non può questi pensare con la testa di ogni gente.
Il poeta al massimo potrà sollevare delle domande.
Se questo riuscirà a fare, allora si che il mestiere poeta ha un senso ed il prodotto -per quanto possa valere sul mercato - avrà uno spazio.ricordo però a me stesso sempre una cosa: domandarmi cosa è la poesia, sarebbe come domandarmi - ancora una volta e come fatto in apertura - cosa è un pomodoro, un quadro, un taglio di capelli o una vettura: una cosa necessaria e vitale per alcuni, inutile invece per altri.
Ed è una cosa che tutto sommato mi rende molto contento perchè ho capito cosa sto facendo, dove sto andando ma soprattutto mi mette alla pari di ognuno per i mezzi che ognuno ha, seppur ogni mezzo sia diverso e personale. il resto è speculazione.

Fabiano Alborghetti